Prefazione al libro

Difficilmente si può essere tanto disattenti da non cogliere la profonda e crescente rivoluzione introdotta dalle tecniche di ‘fecondazione assistita o extracorporea’ umana (torneremo su quale sia il miglior modo per denominarle), iniziate nel 1978 e da allora entrate in modo prepotente nella vita di tutti, compresi quelli – e sono la maggior parte – che probabilmente non vi faranno mai ricorso. Le nuove tecniche cambiano il nostro modo di guardare alla procreazione, alla nascita, alla vita, alla famiglia, accendono i desideri, creano nell’immaginario collettivo una nuova percezione della paternità, maternità, figliolanza, sviluppano attese e paure inedite, danno all’uomo un sentimento di onnipotenza. Se non è qui idoneo il termine di rivoluzione, difficilmente sapremmo dove potrebbe applicarsi.
La Federazione Regionale dei ‘Movimenti e dei Centri per la vita’ del Piemonte e della Valle d’Aosta, col patrocinio del Consiglio regionale piemontese, ha organizzato a Torino (ottobre 2000) un Convegno dal titolo “Fivet: per o contro l’uomo?”, di cui ora si raccolgono in volume gli atti. Gli interventi dei relatori si sono rivolti esclusivamente alla fecondazione assistita extracorporea, senza distinzione tra omologa ed eterologa, nella meditata convinzione che i problemi etici che di per sé questa modalità di fecondazione suscita non possano venire sottovalutati. La notevole qualificazione dei relatori ha garantito un eccellente livello dei lavori
I contributi di taglio tecnico-scientifico illustrano sulla base di sicure competenze i successi e gli insuccessi della Fivet (fecondation in vitro and embryo transfer) nel raggiungimento degli obiettivi. Se i successi nell’aggirare l’infecondità sono appariscenti, non lo sono da meno gli insuccessi che si debbono registrare allo stato attuale delle tecniche disponibili, fra cui: il numero minimo di embrioni prodotti con ovuli derivanti da ciclo spontaneo, l’alto numero di embrioni prodotti artificialmente e parzialmente impiantati, quelli congelati, la loro perdita al momento del congelamento e dello scongelamento, l’alto numero di cicli da ripetere (da 5/6 a circa 15) per ottenere, come suol dirsi, un figlio in braccio, ecc. Diverse relazioni hanno opportunamente messo in luce un aspetto su cui l’opinione pubblica non è informata (volutamente?), cioè la bassa percentuale di successi, la multipla, intenzionale soppressione di embrioni, i costi psicologici, spirituali, economici cui vanno incontro le coppie che si sottopongono alla Fivet.
Naturalmente è facile l’obiezione che, se l’attuale situazione delle tecniche e della loro efficacia è assai meno rosea di quanto si tende a far credere, si può congetturare con buone probabilità di azzeccarci che i progressi delle tecniche potranno rendere sempre più efficaci e con minimi sprechi la ‘fecondazione assistita’. Allo stato attuale comunque ignoriamo se e quando sarà possibile arrivare a un solo ciclo di “cura” e a un solo embrione prodotto e impiantato per ottenere un figlio in braccio.
Ma il porsi in una situazione ideale in cui si dà per acquisito che la tecnologia della Fivet abbia raggiunto un alto grado di efficacia e di compiutezza ha il vantaggio, se così si può dire, di far emergere con maggior forza i gravi problemi insiti nella ‘fecondazione assistita’, a cominciare da quello del linguaggio. La sua costante e spesso intenzionale manipolazione, suggerita dallo scientismo, rinforzata dall’emergere di un’etica utilitaristica e ampiamente propagandata dai mezzi di comunicazione, costituisce la premessa di valutazioni e decisioni erronee. Opporsi alla manipolazione del linguaggio e ripristinare il suo corretto impiego concettuale costituisce un passo indispensabile per recuperare libertà per l’opinione pubblica e freschezza di giudizio non pilotato. Evitare le mistificazioni che provengono dall’impiego artefatto del linguaggio è in realtà una grande battaglia di civiltà. In questo spirito riterrei necessario eliminare d’ora innanzi i termini in vario modo ingannevoli di ‘fecondazione assistita’ e di ‘procreazione assistita’, che viceversa sono tuttora assai impiegati nel trasmettere all’opinione pubblica un modo non corretto di percepire il problema.
Nella sua fredda oggettività il termine Fivet descrive meglio il processo e poco si presta a manipolazioni: esso dice appunto che il procedimento crea artificialmente o in provetta un embrione umano, che successivamente viene trasferito meccanicamente nel grembo della futura madre. Ancor meno ingannevole è il termine acronimo inglese ‘ART’ (Artificial Reproduction Technique) perché dichiara subito che siamo di fronte a una tecnica di riproduzione artificiale. Sufficientemente parlante è pure il termine ‘tecniche di fecondazione/generazione extracorporea’. Riterrei invece decisamente da evitare la dizione, peraltro molto usata, di ‘procreazione assistita’: non siamo infatti di fronte alla procreazione per unione fra due persone di sesso diverso e conseguente gestazione nel grembo materno, ma a qualcosa di qualitativamente differente, nonostante l’identico sbocco dei due processi che sfociano nella nascita del bambino. La differenza qualitativa sorge dalla considerazione di che cosa significhi ‘assistere’: là dove vi è realmente assistenza, il soggetto assistito opera come soggetto primo, autonomo e iniziante di un processo vitale, che non gli viene sottratto nelle sue naturali modalità, mentre l’assistenza si limita a coadiuvare. Nella cosiddetta fecondazione assistita invece i ‘tecnologhi della provetta’ si sostituiscono bellamente ai due soggetti, i futuri padre e madre. Là dove vi è sostituzione, non può più parlarsi di assistenza. Secondo la Donum vitae “la Fivet…è attuata al di fuori del corpo dei coniugi mediante gesti di terze persone la cui competenza e attività tecnica determinano il successo dell’intervento; essa affida la vita e l’identità dell’embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull’origine e sul destino della persona umana”. Se dunque nel termine ‘fecondazione assistita’ è l’aggettivo a fare problema, in quello di procreazione assistita lo fanno tanto il sostantivo quanto l’aggettivo. Si aggiunga che nella massima parte dei casi la generazione artificiale extracorporea non è attualmente una terapia in senso proprio, poiché se è vero che riesce generalmente a mettere a disposizione l’effetto desiderato (il figlio), non interviene sulle cause, ossia non cura i soggetti sterili che rimangono tali e non vengono liberati dalla loro patologia.
E che dire di coloro che mettono a disposizione il loro seme a fini di fecondazione eterologa, e che si disinteressano totalmente dei loro figli, perché tali sono gli embrioni prodotti, compresi quelli congelati? Il confuso e manipolato lessico finora invalso li chiama ‘donatori’. Ma essi non donano un bel niente. Mettono a disposizione qualcosa che in natura è in genere sovrabbondante, ossia il seme/sperma umano; ma lo rendono disponibile in maniera dissociata, separando il momento animale-vitale della fecondazione da quello in sé fondamentale dell’incontro dell’uomo e della donna in un atto che non è solo biologico ma coinvolge tutto il dinamismo personale e interpersonale della procreazione umana. Di per sé il dono è un atto personale, libero, intenzionale, rivolto a qualcuno che ci sta dinanzi e di cui vediamo il volto. Il supposto ‘donatore’ di seme è altra cosa: egli fornisce sperma come un oggetto a qualcuno che è per lui sconosciuto, una x. Probabilmente il termine donatore è un’estrapolazione del tutto impropria di fenomeni chimici all’ambito della generazione. In chimica si chiama donatore un elemento capace di cedere a un altro qualcosa come un atomo o un raggruppamento atomico: ad esempio è donatore di idrogeno un composto capace di cedere idrogeno ad altro composto che funziona da ‘accettore’. Si intende immediatamente quale straordinario equivoco vi sia nell’estendere alla generazione umana extracorporea il linguaggio della chimica: significa appunto disumanizzarla e riportarla pienamente nell’area della oggettivazione scientifica e della produzione tecnica.
Non pare dunque scenario inventato la previsione che i successi della scienza e la fiducia in essa che facilmente producono, uniti alla mentalità eugenetica che va prendendo piede, conducano a ritenere che la vera e sicura generazione sia quella interamente artificiale, non più il naturale concepimento seguito da gravidanza. Si perverrebbe allora alla realizzazione del sogno faustiano della produzione artificiale dell’uomo, acutamente descritto oltre due secoli fa da Goethe nel Faust: il dottor Wagner produce in provetta Homunculus, e ritiene che la produzione non sessuale dell’uomo sia cosa migliore della sua origine sessuale. Se Darwin credeva che l’uomo fosse stato “creato dagli animali” nel senso che provenisse da essi, oggi ci incamminiamo a credere che l’uomo futuro sarà prodotto dai tecnologhi. Decisamente Faust e Wagner hanno prevalso su Darwin. Con la nuova posizione l’intero ambito di quel che era appropriato chiamare “procreazione umana” cambia nettamente e, uscendo dall’area del procreare, entra in quella del fare, del produrre tecnico. Contestualmente nasce una nuova industria: l’industria altamente tecnologica della fecondazione extracorporea che, come ogni industria, è soggetta a fattori ben noti: il profitto, la legge della domanda-offerta, la pubblicità, la concorrenza, il mercato, la sollecitazione al consumo, ecc., dove l’affare (il business) è appunto produrre bambini e costruire artificialmente famiglie. Con il cambiamento detto si opera una transizione per cui l’‘essere qualcuno’ si muta in ‘essere qualcosa’. A nessuno sfugge la problematica concezione sottostante e i seri rischi che le sono connessi, dipendenti in ultima istanza dalla fuoriuscita del delicato evento della procreazione umana dall’ambito del rapporto naturale fra uomo e donna per entrare in quello della produzione tecnica. Produzione tecnologica contro procreazione, cui si collega l’ evento, anch'esso di particolare rilievo, secondo cui gli interessi degli adulti coinvolti (e dei fattori economici) prevalgono sugli interessi dell’embrione e del bambino.
Uno degli aspetti più inquietanti della Fivet non è solo l’inclinazione quasi irresistibile alla eugenetica che essa comporta; consiste nel fatto che si finisce per negare all’embrione ogni diritto. Esso diventa res nullius, cui si infligge la ‘pena’ del congelamento: massima e ingiustificata violenza, perché si vieta alla vita già iniziata di proseguire e di sbocciare. Contro il meditato parere del Comitato Nazionale di Bioetica (cfr. il documento Identità e statuto dell’embrione umano, giugno 1996), che suggerisce di trattare ogni embrione come persona, si sottrae all’embrione proprio questo diritto. Il suo diritto alla vita è negletto dalle pratiche Fivet che, come modalità intrinseca alla procedura artificiale di generazione, ne prevedono il congelamento e spesso la distruzione, mentre la migliore giurisprudenza si va orientando nel senso della garanzia. Prevale perciò l’interesse e il desiderio dell’adulto sui piccoli e i deboli, entro l’assunto che non esistano criteri morali e antropologici fermi, ma sempre variabili secondo i costumi della società e le possibilità via via offerte dalla scienza.
Il fatto è che la tecnica si pone come mediatrice di un desiderio umano fondamentale: quello di avere un figlio. E’ un desiderio sano e solido, non però un diritto che esibisca se stesso per farsi valere a ogni costo. Il desiderio lasciato a se stesso può raggiungere di fatto due esiti opposti, di cui dà testimonianza la cronaca quotidiana. Essa parla due lingue completamente estranee, entrambe però lingue del desiderio assolutizzato, e ci dice: nessun figlio a nessun costo (aborto), e un figlio a ogni costo (Fivet). Sostenuta dalla tecnica, la logica del desiderio, se non è regolata da altri fattori, produce esiti del tutto contraddittori.
Dal lato del diritto pubblico il nuovo Parlamento ha dinanzi come compito non più rinviabile quello di varare con un adeguato atto legislativo una disciplina saggia della generazione extracorporea, capace di tenere nel debito conto gli interessi, i valori, le considerazioni che abbiamo richiamato, e sottraendola al disordine affaristico e al vuoto legislativo, forieri di ogni arbitrio, che finora l’hanno caratterizzata.

Vittorio Possenti
Università di Venezia
Membro del Comitato Nazionale di Bioetica

Monza , 8-5-2001
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