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Liverani Piergiorgio - Manipolazioni linguistiche: contraccezione, e contragestazione

Dr. Pier Giorgio Liverani - giornalista

MANIPOLAZIONI LINGUISTICHE: CONTRACCEZIONE E CONTRAGESTAZIONE


Il 15 ottobre 1951, a Città del Messico, fu fatto nascere, in contraddizione con se stesso, il primo contraccettivo chimico: la pillola Pincus. Nel 2001 il quotidiano ´ La Stampa ´ l’ha festeggiata, il giorno 14, con un’intera pagina: «I suoi primi 50 anni: tanti auguri, pillola», diceva il titolo principale. E quello, di contorno, al commento celebrativo di Lietta Tornabuoni: «Le donne liberate dal “destino” di essere madri».
Insomma davvero una bella festa: avrebbero potuto invitare le donne di Haiti e di Portorico, che fecero da cavie e le altre trentamila di vari Paesi del Terzo Mondo, sulle quali fu sperimentata la RU-486. Queste povere donne avrebbero reso più bello l’avvenimento dandogli un significato “progressista”. Infatti, la pillola Pincus fu finanziata con i soldi di una “benefattrice” miliardaria e sperimentata – alla faccia del femminismo ugualitario – su quelle donne negre, come La Stampa confermava. Avrebbero potuto invitare anche tutte le “anime morte” – scriverebbe Gogol - dei milioni di bambini abortiti con le varie pillole seguite alla Pincus.
La quale, a dispetto del fine per cui era stata concepita (teoricamente per bloccare l´ovulazione), può essere chiamata “la madre di tutte le pillole”, che hanno a che fare con la procreazione, naturalmente per impedirla:
- la RU-486, che uccide il concepito anche già in età di un paio di mesi;
- poi il Norlevo, che il Ministro della salute Veronesi ha definito “contraccettivo d’emergenza” o “pillola del giorno dopo”, ma che tutti sappiamo che, se un concepimento c’è stato, è una vera e propria pillola per abortire.
E poi gli ultimi figli della pillola per non far figli:
- il “pillolo”, contraccettivo per maschi, tra poco in distribuzione e che, nella logica del femminismo, prima era molto richiesto per non lasciare – si diceva - alla donna tutto il peso della contraccezione; e ora è molto contrastato, perché toglie alla donna il potere di scelta se generare o no e lo restituisce all’uomo (cfr. Io Donna, supplemento del Corriere della sera, 13 ott. 2001)
- e infine la «pillola unisex» in sperimentazione ad Harvard (Corriere della sera, giovedì 11).
Per questa “procreazione artificiale” di più generazioni di pillole prima solo contraccettive e poi decisamente e sempre abortive - come si puo` vedere nel capitolo di Angelo Filardo - anche se spacciate per contraccettive, occorreva uno strumento culturale che consentisse il passaggio prima dalla contraccezione alla contragestione (o contragestazione), cioè all’aborto criptato; e poi apertamente all’aborto disinvolto.
Questo strumento è stato individuato nella manipolazione culturale del linguaggio. Dico culturale, perché era la cultura che andava cambiata, erano la mentalità, il costume e perfino la conoscenza scientifica. Pensiamo alla piena coincidenza tra contraccezione cosiddetta semplice e contraccezione d’emergenza o del giorno dopo: non c’è più differenza, sono entrambe abortive. Pensiamo al “pre-embrione”, frutto di una manipolazione culturale, di una intesa di carattere politico, come ammette abbastanza esplicitamente il Rapporto Warnock del 1984 (cfr cap. 11, specialmente al § 30) scritto, su incarico del Governo britannico, da un comitato di scienziati e bioeticisti per arrivare alla possibilità di adoperare gli embrioni come cavie da esperimento. Un caso tipico di bioetica dello scopo (il fine giustifica i mezzi…): in questo caso, poiché la ricerca scientifica esigeva di avere mani libere in questo campo, per poterlo liberamente manipolare entro un determinato e “accettabile” termine di tempo convenzionale, l’embrione è stato degradato a “pre-embrione”. Così, con queste trasformazioni verbali, le problematiche etiche vengono superate e/o adattate con una semplice convenzione. E così si sono spalancate le porte anche alla “contraccezione d´emergenza”, tanto il “pre-embrione” “non è uomo”, dicono, “non è persona”. Lo ha scritto anche la Consulta laica di bioetica in un documento pubblicato - guardate la coincidenza – proprio il 15 ottobre 2001, 50° compleanno della pillola, e lo ribadiva, in un autorevole commento sempre sulla Stampa, Gian Enrico Rusconi. Ma così si manipolano profondamente anche le coscienze e le intelligenze (anche quelle di certi grandi personaggi…).
Ecco, dunque, a che cosa serve il linguaggio manipolato, voglio dire l’ANTILINGUA. L’antilingua è alla base dei fenomeni culturali che in questo volume vengono affrontati.
Vediamo perché. In apparenza il tema che stiamo trattando («Contraccezione-contragestazione e aborto») è abbastanza ristretto. In realtà è molto grosso ed è soprattutto emblematico, perché di questa operazione linguistica esso mostra non solo quella che chiamerò la tecnica del passaggio all’aborto disinvolto, ma anche gli effetti, che vanno ben oltre le nostre considerazioni morali e coinvolgono direttamente la persona del concepito. Questo uomo in età embrionale – così è giusto definirlo per la verità - più che del mezzo contragestativo utilizzato (Norlevo, RU 486, spirale o iud), è infatti letteralmente vittima di una parola che, per poterlo far uccidere liberamente, lo riduce a cosa (per esempio: pre-embrione, contraccezione e anche gravidanza che, secondo questi signori, comincerebbe solo dall’impianto e non dal concepimento, ma ne riparleremo).
Che cos’è l’antilingua? Possiamo parlarne almeno in tre modi:
1°) Un insieme di «parole dette per non dire quello che si ha paura di dire» (e qui bisognerebbe rifarsi all’appendice di “1984”, il celeberrimo romanzo di Orwell, là dove si parla della «Neolingua» e del suo meccanismo: abolendo le parole si abolisce anche la possibilità di pensarle).
2°) In un articolo scritto per Il Giorno del 3 febbraio 1965, Italo Calvino, l’inventore dell’antilingua (in un senso diverso dal nostro, ma comunque ugualmente valido e utile ai nostri fini, cioè per smascherare le manipolazioni linguistiche), parlava di «terrore semantico», vale a dire di paura dei significati veri, che «sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente» (ripubblicato in una raccolta: «Una pietra sopra», Oscar Mondatori, 1995)
3°) infine l’Antilingua nasconde ed esprime una questione di potere. Chi vuole conquistare o conservare un predominio sugli altri, si accaparra sempre il potere delle parole, perché così comunica ciò che vuole, informa come vuole, fa pensare come vuole. Accade nelle dittature (cfr la Neolingua in “1984”), ma accade anche nelle democrazie come la nostra (pensate alla “questione televisiva”, al controllo della Rai, al duplice monopolio Rai-Mediaset).
Ma di quale o di quali poteri si parla a proposito dell’Antilingua?
Innanzi tutto del potere di manipolare le coscienze, poi di quello di creare i presupposti pseudoscientifici, artificiali, di comodo ed “etici” per ottenere cambiamenti radicali del costume, per smontare i sistemi etici e culturali su cui si basano la società, la famiglia, la sessualità, la procreazione, la vita; per creare nuovi tipi di costume e di convivenza che consentano, per motivazioni di comodo e di egoismo e per motivi letteralmente ideologici (far perdere la cognizione del bene e del male), la violazione legalizzata e la negazione dei diritti e della dignità della persona. Non si deve pensare soltanto alla contraccezione e all’aborto, ma anche all’omosessualità, ai “pacs”, che sono fenomeni strettamente legati con quelli di cui ci stiamo occupando.
L’antilingua, ormai, ha conquistato la comunicazione mediatica, la politica, persino il discorso familiare. Potrebbe, a questo punto, essere utile ricordare anche le altre antilingue che circolano da noi: il politichese, il burocratese, l’ipocritese, il comunistese… ma non abbiamo il tempo per farlo.
Abbiamo parlato di emblematicità delle due parole del nostro tema e allora veniamo subito al discorso sulla contraccezione (da contra e accipio = ricevere, accogliere). La contraccezione ha staccato concettualmente e di fatto il figlio dalla madre e la procreazione dall’esercizio della sessualità. Ne vedremo subito le tragiche conseguenze. Questo è il concetto base su cui questa abominevole operazione si fonda, da cui si è partiti per scardinare le basi etiche e giuridiche che costituiscono il fondamento del rispetto della vita, della persona umana, anzi la persona stessa, e poi la convivenza civile e il patto sociale che ci lega tutti nello Stato come strumento di difesa dei valori fondamentali; infine per relegare in un fondo invisibile, in un angolino introvabile della coscienza, il significato vero (ma non più utile) delle parole.
Ad alcune delle quali l’antilingua attribuisce un significato magico e persino un valore giuridico. Magico, perché, per esempio, della contraccezione essa esalta ipocritamente i vantaggi: libertà sessuale, cioè niente figli; e il rispetto della vita, cioè niente aborti. Cose che sono, entrambe, il contrario della verità. Sappiamo benissimo, infatti, che là dove la contraccezione è più praticata anche l’aborto è più diffuso. Ecco alcuni esempi un po’ vecchi, ma ancora validi
uso % donne aborti per 1000 nati vivi
Liguria 10,9 543.5
Emilia Romagna 10,9 629,1
Lombardia 10,8 405,1
Piemonte 9,7 505,4
Del resto quasi tutti i rapporti annuali al Parlamento del Ministero della Sanita` (ora della Salute) sull’applicazione della 194 riconoscono esplicitamente che, per la loro maggioranza (in certi anni si è arrivati al 75%), gli aborti sono dovuti al fallimento della contraccezione e ciò per un meccanismo psicologico assai semplice. Infatti soprattutto chi pratica abitualmente la contraccezione (e per il momento qui prescindiamo dai suoi effetti abortivi) in caso di fallimento scarica sulla contraccezione medesima e sui suoi strumenti la responsabilità del concepimento e, quindi, dell’aborto del figlio rifiutato.
Quanto al valore giuridico dell’antilingua, basterà ricordare l’idea ormai diffusissima di diritto civile (anche questa è un’antiparola), in cui alla magia appena ricordata si accompagna una fascinosa apparenza giuridica. L’idea di diritto, infatti, esclude a priori ogni dubbio e ogni rimorso e costituisce una legittimazione anche etica (almeno della cosiddetta “etica civile”) dell’atto che si è compiuto o che si vuole compiere.
Che cosa sono i diritti civili? Sono la formulazione in termini apparentemente giuridici, in realtà politici e antietici, di uno degli aspetti peggiori dell’individualismo radicale, che ormai ha devastato la nostra cultura occidentale. Sono un caso “classico” di antilingua, che ha successo proprio per la sua apparenza giuridica e per il fascino ingannevole delle due parole di cui è composto questo concetto. In realtà, con questa formula si è riusciti a far credere che i peggiori aspetti dell’individualismo e del permissivismo morale della cultura dominante posseggono dignità culturale e persino significanza etica.
Dunque la manipolazione del linguaggio diventa direttamente causa di distorsioni della mentalità e di corruzione delle coscienze, ma anche di azioni che sono definite diritti, ma dovrebbero essere considerate veri e propri delitti (si veda a questo proposito ciò che il Papa dice in Evangelium Vitae, §§ 11 e 58, e quando precisa che tutto ciò e` «segno e frutto di un disagio delle coscienze» (§ 58).
Ma quali sono le conseguenze di questa manipolazione del linguaggio? Ne possiamo indicare qui, a mo’ di esemplificazione, almeno tre.
1. La contragestione (o controgestazione, da contra + gesto = portare oppure + gestatio = gestazione, essere portati o + gestio = gestione, amministrazione). Per contragestione (et similia) s’intende ogni pratica che “intercetta” l’embrione (come farebbe un aereo da caccia e da intercettazione) mentre viaggia o plana tra le tube e l’utero alla ricerca, possiamo dire, di un luogo ove posare il capo, alla ricerca del suo nido, e ne impedisce, appunto, l’annidamento, la nidazione, l’impianto. E dunque in contragestazione comprendiamo la contraccezione d’emergenza, la contraccezione del giorno dopo, quella postcoitale e quella retroattiva. Va detto subito quanto queste parole convincano chi pratica questi metodi che non si tratta di aborto, bensì, appunto, solo di semplice contraccezione. Ma bisogna ricordare ancora altri sostanziali sinonimi, come l’intercezione, l’induzione o regolazione mestruale, i contraccettivi meccanici come la spirale o “iud”/“diu”: dispositivo intra-uterino), la prevenzione dell’impianto dell’embrione, la cessazione precoce della gravidanza e, infine, la stessa “gravidanza” nel suo rinnovato e manipolato concetto di cui parleremo tra un secondo, ma che il dott. Filardo ha già ricordato.
Da questi effetti, infatti, è nata anche la polemica sulla gravidanza o, meglio, sul suo inizio: non più il concepimento, ma l’annidamento, per cui fino all’impianto l’aborto non sarebbe più tale. In realtà, anche accettando, per assurdo, questa nuova definizione, resta comunque il fatto che la gravidanza è una condizione della madre e non del figlio: questi è tale, cioè è un uomo in età prenatale, sia prima sia dopo l’annidamento e a prescindere di ciò che si può dire delle condizioni di sua madre. Nella fecondazione artificiale è uomo persino fuori del corpo di sua madre, nella provetta.
Cosicché anche “gravidanza” è diventata un lemma dell’antilingua, perché il suo significato è stato ricostruito in modo tale da negare proprio ciò cui si riferisce.
Sarà bene ricordare, a questo punto, che la parola “Contragestione” è invenzione di Etienne Beaulieu, cioè dell’inventore della famigerata pillola RU 486. Proprio Beaulieu ha affermato che «l’interruzione della gravidanza dopo la fecondazione può essere considerata alla stregua di un aborto» (cfr “Il punto sulla RU 486” in Journal of american medical association, ed. italiana 1990); Ed è sempre lui che, quando ha proposto di chiamare «controgestativa» la sua pillola, ha fornito anche una spiegazione finalistica del nuovo termine: «Il mio obiettivo è di abolire il termine aborto, un termine traumatico quasi quanto l’aborto stesso» (dichiarazione a Epoca, 19.XI.1989).
Eccolo, dunque, il terrore semantico di cui parlavamo poco fa! Ed ecco come il passaggio dalla contraccezione all’aborto avviene, si realizza mediante un semplice, ma tragico gioco di parole.
2. E qui incontriamo il secondo effetto dell’antilingua: l’aborto legale.
Quel tragico gioco di parole è lo stesso con cui, in Francia come in Italia e altrove, si è passati anche da “aborto” a “interruzione volontaria della gravidanza”, o semplicemente a “IVG”, che è espressione, la prima, che non suscita – come “aborto” – emozioni, sentimenti, paure, vergogna, rimorso, ma sembra una semplice terminologia medica, tecnica, asettica, indifferente; la seconda una sigla qualsiasi senza alcuna particolare significanza. Tutto diventa innocuo, tutto indifferente, accessibile, fattibile.
Questo risultato, premeditato da Beaulieu, è stato già raggiunto in Italia con la legge 194, che ha codificato per legge la trasformazione dell’aborto volontario (”procurato aborto”) in interruzione volontaria di gravidanza, anzi IVG. Per rendere praticabile l’aborto questa legge si è proposta, infatti, l’eliminazione, almeno dal vocabolario giuridico, ma poi anche dal vocabolario comune delle gente, di due parole essenziali: madre e figlio. Infatti nella 194 è inutile cercarle, sono state espunte. Madre è stata sostituita da “donna”, parola bellissima, ma qui caricata di un valore rivendicatorio e sovversivo; mentre al posto di Figlio è stato scritto “concepito”, “feto” e persino, quanto mai ipocritamente, “nascituro”, che da quel momento ha assunto significato nuovo: ”colui che non nascerà” o “che è destinato a non nascere”.
Una eliminazione necessaria, perché nessuna madre uccide un figlio, mentre una “donna” può con una certa facilità eliminare un concepito o un feto nel proprio grembo, perché si sente autorizzata a considerarlo un ingombro. Questa è un’affermazione confermata da una ricerca che il Movimento per la Vita promosse anni fa sulle cause culturali dell’aborto: risultò che l’aborto si pratica, perché chi abortisce ignora la vera natura del concepito; vale a dire non sa che cosa o chi è ciò che ha nel seno. E l’antilingua è lo strumento di chi congiura affinché non lo sappia.
Così anche l’aborto è potuto diventare un “diritto civile”: un “diritto” su una persona. Siamo tornati ai tempi della schiavitù.
3. Infine eccoci alla terza conseguenza: la fecondazione artificiale (in antilingua “fecondazione medicalmente assistita”). Ma come, se queste parole fossero vere, una fecondazione potrebbe essere medicalmente assistita: forse da un medico presente?… E’ evidente l’artificio: semmai, si dovrebbe dire medicalmente “tentata”, perché quasi sempre essa non riesce).
Anche la fecondazione artificiale è figlia dell’antilingua, cioè di quella mistificazione culturale con cui si è riusciti a realizzare la separazione tra sessualità e procreazione. Se nella contraccezione c’è una separazione per evitare il figlio, nella fecondazione artificiale la separazione tenta di ottenerlo a qualsiasi costo. In ogni caso siamo davanti al rifiuto dell’idea di dono e a una reale uguaglianza, come logica e come significato del gesto, tra fecondazione artificiale e aborto.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma è tempo di concludere. Vorrei farlo ricordando un pensiero di un mio carissimo amico e collega, che molti dei lettori certamente ricorderanno: Angelo Narducci. Poco prima di morire (1984) Angelo scrisse in un fondo di Avvenire queste parole: «Noi abbiamo a disposizione solo parole».
Noi: ecco, io mi permetto di leggere quel «noi» come un noi dei Movimenti, noi dei Centri di Aiuto alla Vita e di tutte le associazioni che insieme crediamo in tutti i sensi nella vita, compresa la vita eterna.
Noi, scriveva Narducci, non abbiamo a disposizione «il potere, non la forza economica, non la scienza, ma solo le parole di ogni giorno».
Ecco, vale anche per noi: le parole di ogni giorno, e qualche gesto. Parole di condivisione, parole di conforto, parole di accoglienza. Parole deboli, ma anche parole di verità: solo parole di uomo. «Parole – scriveva Narducci - ormai quasi tutte e da tutti rese ambigue dall’uso che se ne è fatto. Cosa povera, forse, le parole in una società che insegue miraggi».
Coloro che non amano la vita e inseguono i miraggi di una asserita “liberazione” sanno che questa, per noi, è insieme una debolezza e una forza e cercano di contrapporci il potere della parola e la parola del potere: il potere politico, quello mediatico, quello economico e quello pseudo-culturale. Il potere, perché la loro è parola non semplice, ma manipolata, sostenuta dal potere della politica, da quello della comunicazione. Perché la loro è parola di menzogna, la loro lingua è un’antilingua.
A questo potere di parole false - la Babele odierna – noi possiamo però contrapporre le parole dell’amore, potremmo dire le parole della Pentecoste: un linguaggio di verità e di amore, che tutti possono comprendere in qualsiasi lingua le si dica.
Noi che crediamo, infatti, abbiamo a disposizione anche la Parola con la P maiuscola: la Parola di Dio. Parola potente che, però, per camminare in questo mondo, ha bisogna della debolezza degli uomini. «Dieu a besoin des hommes», Dio ha bisogno degli uomini, diceva anni fa il titolo di un bel film di André Cayatte. È stato così fin dal principio: la Parola di Dio è stata scritta dagli uomini e ancora oggi ha bisogno, per essere vissuta, della parola debolissima degli uomini.
E’ la parola che, da una parte, usiamo per fare cultura e dall’altra è la parola che adoperiamo, insieme con i gesti di condivisione, per riportare alla verità tante menti e tanti cuori confusi. La parola che accoglie, che non è mai contra, ma sempre pro.
E allora – per riprendere la riflessione di Angelo Narducci - «ci ostiniamo a lavorare come artigiani della parola, perché sia onesta, non tradisca, corra in qualche modo libera, nasca da coscienze illuminate. Non cerchiamo il successo, ma interlocutori…»
Cerchiamo la gente per rifare insieme una cultura di vita, cerchiamo le famiglie, le donne in difficoltà per parlare con loro mediante parole vere, autentiche; cerchiamo i bambini che nasceranno per rivelare loro che l’amore delle loro madri è stato più forte delle paure, delle deformazioni culturali, delle povertà, dei pregiudizi.
Cerchiamo gente, cerchiamo fratelli che credano alle parole dell’amore.
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