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Il Desiderio Umano e la sua Struttura

 

IL DESIDERIO UMANO E LA SUA STRUTTURA.

Premessa.
Partiamo da una folgorante annotazione che Cesare Pavese fa nel suo diario: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?»[1].
È la realtà stessa ad essere una promessa di bene; e noi siamo “simboli”[2] di questa promessa che sta nelle cose, cioè siamo fatti in modo tale da recepirla. “Desiderio” è la parola che indica l’attesa di bene che noi siamo. “Bene” è la parola che qualifica l’essere, come oggetto del desiderio. “Bene”, dunque, è l’essere (la realtà) in quanto, almeno potenzialmente, desiderabile.
L’aggettivo italiano “buono” traduce il greco agathón, che vuol dire “ciò che merita attenzione e stima”. Ma traduce anche il latino bonum: bonum viene dal latino arcaico duonum e, remotamente, dalla radice indoeuropea DVE, che è la stessa che dà origine al verbo dveo o beo (“rendo beato”). Ora, nella duplice indicazione che ci viene, dal termine greco e da quello latino, è già presente l’interno dinamismo dell’essere come buono: esso attrae, ma anche dona se stesso; promette, e mantiene. I due lati sono tra loro complementari: l’essere è un invito, seguendo il quale l’uomo si perfeziona.
Non si può parlare del desiderio, senza parlare del suo termine di tendenza: il bene. Il desiderio è infatti una realtà “intenzionale”, cioè è una realtà che consiste nel “tendere-in” qualcosa d’altro da sé: tanto che un “desiderio di niente” sarebbe un “niente di desiderio”.
1) Il significato di “desiderio”.
Consideriamo l’etimologia della parola. Nell’antico latino, de-siderare significa osservare le stelle (sidera) con attenzione (la particella de ha infatti un valore intensivo). Si allude con ciò alla tensione ad un qualcosa di non determinato, che però attrae (determina) lo sguardo, stando al di sopra delle cose che sono a disposizione nell’esperienza.
Diverso dal desiderio è il “bisogno”. La parola deriva dall’antico latino bi-somnium e, remotamente, dal gotico sunia (che dice “necessità” e insieme “impedimento”). Il bisogno è la tensione ad un soddisfacimento determinato, tale da colmare una precisa mancanza.
L’italiano “desiderio” corrisponde nel greco di Aristotele ad órexis: sostantivo che deriva dal verbo orégo (“porgo, sporgo, tendo”); e nel latino di Tommaso d’Aquino corrisponde ad adpetitus intellectivus sive rationalis (“appetizione intellettiva o razionale”): dove adpetitus deriva da ad-petere (“tendere a”)[3].
NB: Precisiamo che il “desiderio” non coincide strettamente con la volontà. Si può dire che “volontà” è il momento pratico del desiderio: cioè la tendenza attiva al bene che il desiderio ha in vista.
2) Il desiderio dà forma a ogni umana tendenza.
Il desiderio ha la stessa ampiezza intenzionale (la stessa ampiezza d’orizzonte) dell’intelligenza; e l’intelligenza non ha confini. Se provassimo a dare dei confini all’intelligenza, subito essa sporgerebbe – sia pure problematicamente – al di là di essi.
Il desiderio è la forma di ogni tensione dell’uomo alla realtà. Gli stessi bisogni umani sono in-formati (cioè ricevono forma) dal desiderio. E la volontà, ultimamente, è il movimento verso l’oggetto proprio del desiderio: un oggetto che non può che essere infinito, visto che infinito è l’orizzonte cui il desiderio è rivolto.
3) Desiderio e immaginazione.
L’apertura del desiderio supera dunque ogni realtà finita. E noi abbiamo appunto esperienza di realtà finite. Non solo, ma ciò che immaginiamo, è la riproduzione (modificata, magari dilatata e perfezionata) di ciò di cui abbiamo esperienza. Anche il mondo immaginario dell’uomo è dunque un mondo finito. Il desiderio sarà allora sproporzionato anche rispetto agli oggetti dell’immaginazione.
Questa considerazione ha conseguenze molto rilevanti. Si pensi infatti alle utopie, che sono progetti di una convivenza sociale perfetta per il futuro: esse nascono dall’immaginazione, e quindi non possono soddisfare veramente il desiderio. Così, se anche l’uomo riuscisse a realizzare il più ricco e armonico dei suoi progetti utopici, il progetto in questione - nascendo dall’immaginazione - non potrebbe dargli quella soddisfazione completa che si chiama “felicità”. Già Aristotele, nel IV secolo a.C., annotava che l’uomo può essere felice solo per un dono divino[4] (e non per la sola forza delle proprie mani). L’uomo è nella vertiginosa condizione di essere proteso ad un compimento, che non può venirgli da lui stesso.
Questa semplice annotazione è un giudizio radicale su tutte le ideologie[5] che promettono il paradiso in terra; le quali, sperimentando l’impotenza a raggiungerlo, finiscono per far violenza alla realtà sociale, generando, al posto del paradiso, l’inferno.
4) La qualità del desiderio.
È normale che i filosofi delle grandi tradizioni classiche e moderne convengano nel riconoscere al desiderio una ampiezza d’orizzonte sconfinata (ovvero “trascendentale”, cioè tale da abbracciare e superare ogni realtà determinata). È anche vero, però, che non sempre i filosofi concordano sulla qualità (cioè sulla “stoffa”) del desiderio. In che senso il desiderio desidera? In che modo sta aperto sulla realtà?
Pensatori come Hobbes, Kant, Freud, Sartre (per fare qualche nome di rilievo) presentano il desiderio come una tendenza assimilatrice, divoratrice, predatoria: da controllare o da conciliare con le esigenze della realtà. Per loro il desiderio si esprime usando (dal verbo latino: utor, uteris, usus sum, uti) la realtà, riconducendola all’uomo singolo, e al suo immediato bisogno.
Pensatori come Aristotele, Tommaso d’Aquino, ma anche Hegel (per fare anche qui qualche nome importante) presentano invece il desiderio come una tendenza a fruire (dal latino: fruor, frueris, fruitus sum, frui) della realtà, cioè a godere di essa lasciandola essere ciò che è, e non assimilandola a sé.
Ora, è chiaro che solo la seconda, tra queste due concezioni, salva il desiderio dalla sua riduzione al bisogno, cioè dal suo snaturamento. Se l’oggetto appropriato del desiderio si profila come una realtà infinita, è chiaro che una tale realtà non potrà essere usabile o assimilabile. Ciò rivela la concezione predatoria del desiderio come una concezione inappropriata, che profila il desiderio sul modello del semplice bisogno.



[1] Cfr. C. Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1952 (annotazione del 27-11-1945).

[2] “Simbolo” deriva dal greco syn+bállein (mettere insieme). I Greci chiamavano “simbolo” la metà di un oggetto (di un anello o di un bastone) che due amici spezzavano, prima di lasciarsi per un lungo periodo. Mettendo insieme le due metà combacianti, essi infatti avrebbero potuto riconoscersi anche dopo molti anni.

[3] Nel latino filosofico, la parola desiderium non corrisponde al nostro “desiderio”, ma piuttosto indica una delle tante passioni dell’anima: la nostalgia per un determinato bene, ora assente.

[4] Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1099 b 11-13.

[5] La parola “ideologia” – non a caso – deriva dalla radice indoeuropea VID, che allude al vedere. Ideologia è una visione (immaginaria) dell’assetto sociale che renderebbe felici gli uomini.
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